IL PRINCIPE GRANCHIO

PROGETTO DI LABORATORIO TEATRALE

 

 

 

LA NECESSITA' DI UN TEMPO INUTILE

 

"Forse, in effetti, noi siamo i testimoni - e gli artefici - di una certa morte, quella dell'arte di raccontare, dalla quale deriva quella della narrazione in tutte le sue forme. Forse lo stesso romanzo è sul punto di morire in quanto narrazione.(...) Nondimeno bisogna, nonostante tutto, dar credito alla domanda di concordanza che struttura ancor oggi l'attesa di lettori e credere che nuove forme narrative, che non sappiamo ancora nominare, sono già sul punto di nascere e che attesteranno come la funzione narrativa possa subire una metamorfosi ma non morire.  E questo perchè non sappiamo cosa sarebbe una cultura nella quale non si sappia cosa significhi raccontare." Paul Ricoeur

 

 Come inseguire l'accorciarsi del tempo di attenzione dei bambini? Come rapportarsi alla loro capacità di seguire contemporaneamente diverse comunicazioni su diversi livelli di attenzione?

Il nostro lavoro sulla narrazione riveste a questo punto una significativa importanza, non tanto per il suo aspetto tecnico o strumentale, quanto per l'occasione che offre di riportare alla luce uno strumento insostituibile di relazione tra il mondo immaginario (e quello reale) dei bambini e quello degli adulti. Rivalutare l'importanza della relazione narrativa con tutte le sue sfaccettature significa uscire da un falso complesso di inferiorità, o peggio di impotenza, riaffermando la "fisicità" della relazione affettiva. Le fiabe attraverso i nostri cinque sensi riattualizzano e vivificano la nostra memoria del passato, del presente e del futuro, nella dimensione temporale del "C'era una volta...". Le fiabe testimoniano della necessità di un tempo inutile.

 

"E mentre la storia è un grande ventre molle che ingoia e digerisce tutto, la memoria ti permette di essere con i tuoi avi e con l'uomo di seimila anni fa come se fosse oggi. Questo l'ho imparato dall'ebraismo: quando si parla della liberazione dall'Egitto e si dice "avadim ainu" e cioè "fummo schiavi" vuole dire "adesso", non seimila anni fa, e ogni anno lo si deve ripetere con quello spirito. Ecco, la memoria rende compresente tutta la profondità della vita di una cultura e di un uomo. Ci aiuta a ricordare che noi non siamo solo fenomeni sociologici. Io non sono solo una "funzione consumante": i miei precedenti sono gli uomini di Altamura che facevano i graffiti, e io me lo voglio ricordare." (Moni Ovadia, da una intervista, Linea d'Ombra 94)


IL LUOGO DELLE STORIE

I giochi, le citazioni, le trascrizioni degli incontri delineano una forma di lavoro. Si tratta di un "laboratorio" in cui le diverse esperienze si incontrano e si confrontano per crescere insieme. Il nostro compito di attori narratori era quello di confrontare sul terreno della fiaba la nostra esperienza con quella delle insegnanti. L'arricchimento operativo che ne abbiamo tratto è stato importante, e ci ha fornito molto materiale sul quale lavorare.

Nella memoria di chi è venuto a contatto con il nostro lavoro si è aperta una nuova casella, che entrando in relazione con le esperienze precedenti e quelle future manterrà in circolo idee, ricerche, utopie che abbiamo voluto condividere. Ed ognuno di noi adulti, insegnanti ed attori, continuerà il suo compito di aiutare i bambini ad impadronirsi della difficile arte di narrare il grande racconto della propria vita.


FIABA

da "Il Mondo Incantato"

di Bruno Bettelheim 1975. Feltrinelli 1977

Spesso il bambino in età scolare non può ancora credere che sarà mai in grado di affrontare il mondo senza i suoi genitori: è per questo che vuole aggrapparsi a loro oltre il tempo necessario. [...] Il bambino vede i pericoli esistenziali in modo fantasticamente esagerato, in conformità con le sue paure infantili: per esempio personificati in una strega divoratrice di bambini. Hänsel e Gretel incoraggia il fanciullo a esplorare da solo anche le proprie fantasie ansiose, perchè queste fiabe lo incoraggiano a confidare di poter vincere non solo i pericoli reali di cui gli hanno parlato i suoi genitori, ma anche quelli enormemente esagerati di cui teme l'esistenza. una strega come quella creata dalle fantasie ansiose del bambino lo perseguiterà, ma una strega che egli può spingere nel suo forno e farla bruciare viva è una strega di cui il bambino può ritenersi liberato. Fintanto che i bambini continueranno a credere nelle streghe [...] bisognerà raccontar loro delle storie in cui dei bambini, grazie alla loro abilità,  si liberano da queste figure persecutrici che popolano la loro immaginazione. Riuscendo in quest'impresa, essi traggono un immenso guadagno dall'esperienza, come avvenne per Hänsel e Gretel.

 

da "Origini storiche dei racconti di Fate"

Vladimir Ja. Propp 1946. Boringhieri 1972

Molti dei motivi fiabeschi risalgono a diversi istituti sociali, fra i quali il rito dell'iniziazione occupa un posto particolare. [...] Al complesso dell'iniziazione risalgono i seguenti motivi: la cacciata o l'allonta-namento dei bambini nella foresta o il loro ratto a opera dello spirito silvano, la capannuccia, la promessa di vendita, gli eroi percossi dalla maga, l'amputazione del dito, gli immaginari segni di morte mostrati ai superstiti, la stufa della maga, lo squartamento e la resurrezione, l'inghiottimento e l'eruttazione, il dono dell'oggetto fatato o dell'aiutante fatato, il travesti-tismo, il maestro del bosco e la "scienza furba". [...]

La coincidenza della struttura dei miti e delle fiabe con la successione degli avvenimenti che si svolgevano durante l'iniziazione, fa pensare che gli anziani raccon-tassero ai giovinetti ciò che accadeva loro, ma lo raccontassero riferendolo all'antenato fondatore della stirpe e delle usanze, il quale, nato in modo mira-coloso, dal suo soggiorno nel regno degli orsi, dei lupi, ecc. aveva recato il fuoco, le danze magiche ecc. All'inizio questi avvenimenti più che narrati venivano rappresentati in una forma convenzionalmente dram-matica.[...] Il momento del distacco dal rito è anche l'inizio della storia del racconto di fate

 

da "La fata Intenzionale"

Marco Dallari, La Nuova Italia 1980

Uno dei più importanti problemi di chi vuole raccontare fiabe, consiste proprio nella metodologia del racconto. Come si fa, in un mondo come il nostro, a entrare in competizione con la suggestione tecnologicamente avanzatissima dei mezzi di comunicazione di massa? Questo problema è importantissimo, va molto al di là di quello della fiaba, riguarda in generale la difficopltà di raccontare qualunque cosa nel colloquio verbale adulto-bambino. [...]L'adulto, fra ideologia e confronto con i mass-media,  si trova, come educatore, in una crisi di impotenza semica, perchè da un lato non ha la possibilità tecnologica, e dall'altro non sa gestire quei codici e quei mezzi che potrebbero permettergli di problematizzare i contenuti che vengono così suggestivamente e in maniera così accattivante proposti da cinema, televisione, fumetti e altre massdiavolerie. L'adulto però, e in particolare l'educatore, se vuole ha qualcosa in più rispetto al mondo dell'industria culturale. Se infatti l'educatore riesce a non farsi prendere dai complessi di inferiorità e non ha paura del bambino, può attuare ciò che i mezzi di comunicazione di massa non riescono, per la loro stessa natura, ad avere, cioè un rapporto.

 

da "Pensieri di un raccontatore di storie"

Marco Baliani, Quad. dell'animale parlante 1991

[...] Raccontare storie è qualcosa che si occupa di questo mondo ma come posssibilità e potenzialità di mondi altri da questo, tutti in sé assolutamente veri. Mentre si racconta una storia si hanno di fornte tutte le potenzialità che quella storia può sviluppare.La storie raccontano sempre di un altrove, sono esse stesse il luogo di un altrove, spaziale e temporale; l'atto stesso del narrare è un farsi trasportare insieme, narratore e ascoltatore, in un altro luogo, un posto che annulla la realtà circostante, che offusca e annebbia le condeizioni della quotidianità. per questo i racconti avvenivano vicino al fuoco, di sera, o accanto al letto di un bambino. Gli stessi teatri sono stati costruiti e pensati per accettare di poter attraversare una soglia oltre la quale tutto è possibile, ove sia realizzabile, nel tempo cioè del reale, l'esperienza dell'altrove. Il Tempo del racconto è sempre un Tempo eccezionale, quello delle esperienze irripetibili, che l'ascoltatore avidamente ruba per renderle a sua volta trasmettibili, per appropriarsene. Il Tempo del racconto è senza finalità e senza mete da conseguire, come le storie che non finiscono mai, un Tempo da poter sprecare. Un Tempo inutile, non produttivo.


 


V.Propp MORFOLOGIA DELLA FIABA 1927

(Queste note sono tratte dall'importante opera dello studioso russo, che analizza gli elementi costanti presenti nelle fiabe di magia confrontandole tra di loro ed arrivando ad affermare che tutte sono riconducibili a varianti della stessa struttura. Se sono utili o meno al lavoro, se vi fanno voglia di leggere il libro, se sono una semplice curiosità, in ogni modo eccole qui)

 

 I.            Gli elementi costanti, stabili della favola sono le "funzioni" dei personaggi, indipendentemente dall'identita' dell'esecutore e dal modo di esecuzione. Esse formano le parti componenti fondamentali della favola

II.            Il numero delle funzioni che compaiono nella favola di magia e' limitato

III.           La successione delle funzioni e' sempre identica

IV.           Tutte le favole di magia hanno struttura monotipica

 

La FUNZIONI

e allontanamento

uno dei membri della famiglia si allontana da casa

k divieto

all'eroe viene imposto un divieto

q infrazione

il divieto è infranto

v investigazione

l'antagonista tenta una ricognizione

w delazione

l'ant. riceve informazioni sulla sua vittima

j tranello

l'ant. tenta di ingannare la vittima per impadronirsi di lei o dei suoi averi

y connivenza

La vittima cade nell'inganno e perciò favorisce involontariamente il nemico

X danneggiamento

L'antagonista arreca danno o menomazione a uno dei componenti della famiglia

x mancanza

a uno dei membri della famiglia manca qualcosa o viene desiderio di qualcosa

Y mediazione, momento di connessione

la sciagura o mancanza viene resa nota, ci si rivolge all'eroe con una preghiera o un ordine, lo si manda o lo si lascia andare

W inizio della reazione

il cercatore acconsente o si decide a reagire

partenza

l'eroe abbandona la casa

D prima funzione del donatore

l'eroe è messo alla prova, interrogato, aggredito, come preparazione al conseguimento di un mezzo magico

E reazione dell'eroe

L'eroe reagisce all'operato del futuro donatore

Z fornitura, conseguimento

 

 del mezzo magico

il mezzo magico perviene in possesso dell'eroe

R trasferimento nello spazio tra due reami, indicazione del cammino

l'eroe si trasferisce, è portato o condotto sul luogo in cui si trova l'oggetto delle ricerche

L lotta

l'eroe e l'antagonista ingaggiano direttamente la lotta

M marchiatura

all'eroe è impresso un marchio

V vittoria

 l'antagonista è vinto

Rm Rimozione sciagura o mancanza

E' rimossa la sciagura o mancanza iniziale

ritorno

l'eroe ritorna

P persecuzione

l'eroe è sottoposto a persecuzione

S salvataggio

l'eroe si salva dalla persecuzione.

arrivo in incognito

l'eroe arriva in incognito a casa o in un altro paese

F pretese infondate

Il falso eroe avanza pretese infondate

C compito difficile

All'eroe è proposto un compito difficile

A adempimento

il compito è eseguito

I identificazione

l'eroe è riconosciuto

Sm smascheramento

Il falso eroe o l'antagonista è smascherato

T trasfigurazione

l'eroe assume nuove sembianze

Pu punizione

l'antagonista è punito

N nozze

l'eroe si sposa e sale al trono

 


 


NARRAZIONE

 (da "Istanze narrative nella drammaturgia contemporanea") Alessandra Ghiglione

Racconto, novella, narrazione, narrativa, intreccio, fabula, fiaba, leggenda, narratore, letteratura orale...

Moltissimi sono i termini utilizzati sia nel discorso comune sia in quello scientifico per indicare aspetti diversi di una stessa pratica.

nella selva di distinzioni e categorie è facile disorientarsi e, magari, dimenticare che la narrazione è una delle forme di parola più antiche e diffuse nella storia umana. dal racconto orale epico al videoclip sono cambiati i narratori, le storie, le forme, i generi, sono mutati soprattutto gli strumenti ed i canali, ma narrare e ascoltare racconti è da sempre una delle attività più caratteristiche della specie umana e, probabilmente, la forma più naturale con cui l'uomo da voce all'esperienza ed alla conoscenza. D'altra parte è la nostra stessa esperienza infantile a rassicurarci sulla vitalità della narrazione. In alcuni casi poi, raccontare significa semplicemente sopravvivere.

Si racconta da sempre, ma il racconto come tale è diventato oggetto del discorso scientifico solo nell'ultimo secolo. nel mondo antico - con l'eccezione illustre di Aristotele - e nel medioevo, l'analisi della narrativa è assorbita, insieme alle discipline affini, dalla Retorica; alla fine del XVIII secolo, con la nascita del genere romanzo, sono gli scrittori stessi ad avviare una riflessione autonoma sulle caratteristiche della narrativa. Tuttavia è con i primi del Novecento che la narrazione divierne oggetto di studio da parte di un ampio numero di discipline scientifiche, dalla linguistica all'antropologia.

 

RACCONTARE E' IMITARE C.Molari ("Teologia Narrativa")

Raccontare è imitare e induce imitazione. La narrazione coinvolge il narratore e gli ascoltatori: suscita risonanze vitali. Per questo un racconto è sempre in un certo senso anche un'offerta vitale, ma nelle sue forme più efficaci è soprattutto testimonianza: espressione di esperienze, di sintonie spirituali. Non sa narrare di amori chi non ha amato, di sofferenze chi non ha conosciuto dolore. Ogni narratore autentico ridà vita all'esperienza raccontata, rifà la storia, ricrea l'evento. Le sue parole non riguardano solo le persone di cui parla, ma anche se stesso. per questo provoca un incontro e offre agli ascoltatori un'occasione di rinnovamento.

 

IL NARRATORE Alessandra Ghiglione

La prima qualità di un narratore è l'attenzione.  Essere attenti per un narratore significa dispiegare una ricettività a tutto campo, che sia capace di reagire e cogliere tutti quegli aspetti degli eventi, degli oggetti, delle persone, che li rendono unici ed irripetibili. (...) Lo sguardo del narratore scopre il diverso, lo valorizza nella sua alterità, che è poi la sua unicità: nel fare questo il narratore riattualizza lo sguardo dell'infanzia, che è stupore e meraviglia. Come il bambino, il narratore è affascinato dal molteplice e tuttavia non rimane mai legato a una sola manifestazione della realtà; il suo sguardo rimane consapevole della distanza che sempre si interpone tra l'occhio e la cosa. vedendo il mondo in questo modo, guardando l'ascoltatore con questo sguardo, che evoca senza mostrare, il narratore obbliga l'ascolatore ad assumere anch'egli la stessa attitudine percettiva e cognitiva. Attenzione per un narratore significa anche costante disponibilità a modificarsi, a reagire e interagire con l'ascoltatore, cogliendone gli umori e le esigenze.

Dal punto di vista delle tecniche il narratore è colui che possiede un repertorio di gesti e suoni insieme antico e vivo. (...) Per ritrovare quel linguaggio, che traccia "dei segni sul corpo", bisogna, come ricorda Marco Baliani, riattivare la memoria del corpo, che possiede un proprio "alfabeto sensitivo" e raccoglie e ricorda le esperienze compiute nel tempo.

Cosa fa il narratore? Innanzitutto egli stabilisce una relazione umana di complicità con il pubblico; il pubblico deve sentire che il narratore è "uno di noi". Come osserva Peter Brook, si tratta di un momento fondamentale, capace di determinare tutta la relazione narrativa successiva; ecco perchè tecnicamente egli consiglia di partire sempre da un livello semplice, basso di linguaggio, stile e tono e di offire elementi di identificazione tra narratore e ascoltatore. La seconda operazione del narratore è quella di circoscrivere il campo di attenzione propria e dell'ascoltatore; può farlo con l'appoggio di elementi esterni (tappeto, sedia, bastone...) oppure con la voce e lo sguardo. L'effetto da ottenere è quello di concentrare attenzione ed energia in questo spazio circoscritto.

(...) Un bravo narratore sa infine usare la sua materia più preziosa: il tempo. Il tempo costruisce il racconto, crea significati, immagini, stati d'animo.

Chi è dunque il narratore? "Il narratore è colui che porta consiglio" come dice Baliani citando Walter Benjamin. Narratore è chi attraverso l'atto narrativo offre e rivive un'esperienza, inducendo imitazione.

Raccontare con efficacia la propria esperienza produce narratori. Il narratore è anche colui che semina il dubbio, offrendo una lettura diversa delle cose; il narratore è il testimone, la memoria orale del passato, e nello stesso tempo colui che, demistificando la storia ufficiale, getta i semi dell'utopia.


 


FIABE A SCUOLA

Ci sono una serie di incertezze, dubbi, e molta prudenza sul "come" usare la fiaba tradizionale a scuola.

E' importante precisare che in certi momenti e in particolari stati d'animo del bambino spettatore, proprio per i contenuti emotivamente coinvolgenti, specie se sottolineati da una comunicazione vivificante, che la fiaba può essere effettivamente scioccante ed angosciante.

"Si tratta di un problema che gli psicologi definirebbero "di soglia"; esiste dunque un livello al di sotto del quale la presa di coscienza di un contenuto pauroso, inquietante o anche angoscioso, può avere degli effetti educativi nella complessità del suo portato pedagogico; ed esiste una soglia al di sopra della quale non possono scattare che meccanismi di rifiuto che annullano e addirittura contraddicono la positività della fiaba."

(Dallari, La fata intenzionale, la Nuova Italia 1980)

Bisogna quindi prestare attenzione alla dimensione di distacco, di paura, di abbandono, di ansia, di conflitto col genitore, qualora la scuola non sia ancora stata in grado di far superare il vissuto di abbandono che il genitore non riesce ad evitare ai bambini. Si parla dei primi giorni di scuola, almeno per i più piccoli o per quelli che vengono per la prima volta. Non andrà compiuta fino a quando la comunità infantile possa trovare l'ambiente scolastico ed i suoi educatori confortanti, affettivamente rassicuranti ed eventualmente consolatori.

Fatta questa precisazione, va anche precisato che

"la coscienza di questi problemi non deve indurre i genitori o l'educatore, come purtroppo spesso accade (e qui si nota ancora una volta nella nostra cultura la nefasta influenza dei mass-media), a censurare quelli che sono appunto gli aspetti ansiogeni e paurosi della narrazione fiabesca. la censura, come tutte le censure, è un falso, snatura le caratteristiche del messaggio, ma soprattutto toglie credibilità all'adulto qualora il bambino riesca poi a venire in contatto con la reale dimensione fiabesca."

(Dallari op.cit.)

 

La mia idea è quella di fare entrare la fiaba all'interno del rapporto pedagogico con sincerità, condividendola con i bambini. La fiaba, come dice Rodari, può darci delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo e la vita, diventa il mezzo per parlare col bambino anche piccolissimo di tante cose su cui un discorso diretto sarebbe molto difficile.

Ed allora, prima di raccontarla, posso anche avvertire i bambini che c'è una parte della fiaba che non mi piace raccontare, perchè mi fa paura.

Mi fa paura perchè mi sembra di essere io dentro la storia.

Però, se voi volete, mi faccio forza e ve la racconto.

Se uno solo non vuole, ne racconto un'altra....

Affidare e condividere le cose a cui si tiene, credo sia un modo significativo di vedere il rapporto pedagogico.


NARRARE PER ANALOGIA

 

- individuare il racconto (leggere la storia, inventarla, ricordarla)

- realizzare un elenco di personaggi

- abbinare ad ognuno una persona o un personaggio conosciuti dal narratore

- realizzare un elenco di sensazioni (gusto, tatto, odorato, udito, vista) significative all'interno del racconto

- abbinare ad esse delle sensazioni "analoghe" provate dal narratore

- realizzare un elenco di emozioni (curiosità, paura, preoccupazione, sollievo...) in momenti significativi del racconto

- abbinare ad esse delle emozioni "anloghe" provate realmente dal narratore.

 

Sperimentare una o più narrazioni della storia provando a

- Moltiplicare le voci ed i volti del narratore.

- Utilizzare pochi semplici oggetti per evocare situazioni o personaggi.

- Richiamare alla memoria elementi dell'inventario di volti, sensazioni ed emozioni, ed a comunicare agli ascoltatori la propria memoria personale attraverso le figure ed i personaggi della storia.

 


 


Le Stagioni di Giacomo di Mario Rigoni Stern,

drammaturgia di Carlo Presotto e Titino Carrara

Ne "Le stagioni di Giacomo" Mario Rigoni Stern racconta la storia della crescita di un bambino, suo compagno di banco. Una infanzia ruvida, in cui le difficoltà della vita quotidiana vengono suddivise tra adulti e bambini, in cui "diventare grandi" è una tappa da raggiungere presto, ma in cui il gioco e lo stupore si riprendono di forza il loro spazio ad ogni occasione.

Il libro si muove secondo lo scorrere delle stagioni, seguendo lo sguardo "bambino" del protagonista, uno sguardo in grado di dilatare il tempo e lo spazio.

"Giacomo era fatto così: a ogni cosa scoperta o trovata univa un fatto, un perché, una storia."

La scrittura di Rigoni Stern è umile e forte, come scolpita nel legno. Nel libro vengono assegnati al protagonista solo 18 aggettivi, e noi veniamo a conoscerlo attraverso le piccole grandi azioni che compie.

Procurarsi i soldi per andare al cinema, lasciare in pensiero la madre durante un temporale, preparare l'albero di Natale, giocare con Mario, innamorarsi di Irene, sciare, andare in bicicletta, arrampicarsi sugli alberi.

Il tempo a volte è veloce, a volte lento.

Giacomo fa appena in tempo a diventare grande che la sua avventura si perde, sulle vele infuocate delle nuvole, in un lungo inverno lontano da casa.

Il tempo scorre, e non lo si può fermare, come non si può fermare il battito del cuore.

Lo spettacolo segue lo sguardi di Giacomo, la sua capacità di vedere oltre la superficie delle cose, con un intreccio poetico di personaggi, racconti ed immagini.

Dopo "La storia di una gabbianella" il lavoro di Titino Carrara, Carlo Presotto, Mauro Zocchetta e Giacomo Verde, si sposta su di un altro versante del rapporto tra letteratura e teatro, al termine di un lungo percorso di ricerca condotto con la collaborazione di molti ragazzi ed adulti sui piccoli e grandi orizzonti della memoria.

Ma l'Australia è davvero dall'altra parte della terra?

E quante cose sa Giacomo?

Chi sa la classificazione del ciliegio selvatico*?

·          Ciliegio Selvatico: Classe Dicotiledoni, Famiglia Rosacee, Genere Prunus, Specie Avium

 

Vor viil viil jaar

Vor viil viil jaar, bal da no' alls hat gherédet, de viichar, 's ghegrés on de khnotn o'…

Molti molti anni fa, quando ancora tutte le creature parlavano, gli animali, le piante e perfino le pietre…

(I Racconti di Luserna, J. Bacher. E' un libro di storie raccolte sull'altopiano di Asiago nella antica lingua, parlata fino alla Grande Guerra)

 

"Da aperta che era un tempo, l'umanità si è sempre più richiusa in se stessa. Tale antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell'uomo, altro che oggetti. La natura nel suo complesso ne risulta sminuita. Un tempo in lei tutto era un segno, la natura stessa aveva un significato che ognuno, nel suo intimo, percepiva. Avendolo perso, l'uomo oggi la distrugge, e con ciò si condanna"

(Levi Strauss, Da vicino e da lontano)

 

Mi sarebbe stato facile, o non tanto difficile, ricercare giornali di quel tempo, fotografie, diari, corrispondenza, libri; invece volevo che lavorasse la mia memoria, che fosse lei a ritrovare quei momenti; la mia memoria sorretta stimolata o risvegliata da ricordi nascosti ma a suo tempo ben recepiti, e anche le cose: una via, una contrada, un monte, un prato, un albero, un volto, un timbro di voce, un volo di uccelli, un temporale, una nevicata, una festa.                                               

Mario Rigoni Stern, introduzione alle Stagioni di Giacomo

 

Troppo difficile dite voi? il tempo è un argomento astratto. Ebbene, volete che proviamo? Leggete al vostro bambino questo testo e poi ditemi se ha capito:

                Il tuo cuore fa tic tac, ascoltalo, mettici la mano sopra. Conta i battiti: uno, due, tre, quattro… dopo sessanta battiti è passato un minuto. Dopo sessanta minuti è passata un'ora. In un'ora una pianta cresce di un millimetro. In dodici ore il sole nasce e tramonta. In ventiquattro ore passano un giorno e una notte. L'orologio non serve più, guardiamo il calendario: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì sabato e domenica. Una settimana. Quattro settimane fanno un mese: gennaio. Poi viene febbraio, marzo, aprile, maggio giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, dicembre. Sono passati dodici mesi, il tuo cuore fa sempre tic tac, è passato un anno di minuti secondi. In un anno passa una primavera, una estate, un autunno, un inverno. Il tempo non si ferma mai, gli orologi segnano le ore, i calendari segnano i giorni. Il tempo continua a passare e consuma tutto: riduce il ferro in polvere, disegna le rughe sul viso dei vecchi.

Dopo cento anni, in un secondo, un uomo muore ed uno rinasce.

Bruno Munari, Arte come mestiere


 


I PORTI DEL MEDITERRANEO

 

Almustafà, l'eletto e l'amato, che era nel meriggio del suo giorno, ritornò all'isola natia nel mese di Tichreen,

il mese delle rimembranze.

E mentre la nave si avvicinava al porto, egli stava ritto a prua attorniato dai suoi marinai.

Ed il suo cuore esultava per il ritorno a casa.

Ed egli parlò e con il mare nella voce disse :

"Guardate, la nostra isola natia.

E' qui che la terra ci generò, un canto ed un enigma;

un canto al cielo ed un enigma alla terra;

e che cosa v'è tra il cielo e la terra che può portare il canto a risolvere l'enigma se non la nostra passione [per il mare]?"

                                               Gibran

 

 

 


Mi sono seduto sulla riva del mio mediterraneo

e mi è sembrato vedere venir fuori dalle onde tre miraggi,

come tre strani mostri marini.

la guerra,

la migrazione,

e la morte del pianeta.        

 

I porti del mediterraneo

sono porti fortificati,

custoditi da torri,

come quella da Acri a Dubrovnik,

a Gibilterra.

A est come a ovest,

la paura degli "altri" che vengono dal mare

è una memoria antica.

 

Ed ecco che questa paura

oggi,

di nuovo mette le guardie sulle coste,

ad osservare il mare.

Il flusso continuo di persone

che attraversa il mare

in cerca di lavoro

batte

sulle nostre spiagge

come su tutta la frontiera tra nord e sud,

dal Messico a Honk Kong.

L'immagine dei soldati

che aspettano gli albanesi sulla spiaggia

mi ricorda il gioco delle dighe di sabbia.

 

Ma il Mediterraneo sta morendo velocemente.

Io ricordo quando,

da piccolo,

si poteva fare il bagno in laguna a Venezia,

e quando si andavano a mangiare le cozze crude

a Malamocco,

Col limone.

si vedevano i pesci nell'acqua,

anche se io ero piccolo

per riuscire a prenderli con la lenza.

Ho paura di fronte

all'inevitabilità

di dovermi ricordare,

da vecchio,

di quella balena,

nell'estate 1994 al largo di Cattaro,

come di qualcosa che morirà con la mia memoria.

 

Per cacciare questi mostri

voglio pensare al mediterraneo

come la grande via d'acqua,

che dallo squero di S.Trovaso

porta direttamente sotto casa di Haron,

a S.Giovanni d'Acri,

di Toni a Sitges,

di Enrico a Genova,

di Kostas a Ikaria,

e di tanti amici la cui vita

e il cui teatro

si specchia su questo mare.

E per questo

metto a disposizione

tutta la mia passione di veneziano,

insieme a tutta la passione di antichi nomadi dei miei compagni,

per partire su questa "peata"

verso porti lontani.

Come dice il mio amico Mumtaz

(ma anche Chatwin)

"Chi viaggia conosce il cuore degli uomini"

 

Carlo Presotto